FRAMMENTI

N.B. Le poche scene riportate sono no spoiler.


Parte 1 - CROCIERA NEL MEDITERRANEO

Capitolo 1: primo incontro tra Hans e Tessa

A un tratto l'Inno alla gioia di Beethoven, usato come suoneria di un cellulare, sovrastò l'anonimo brano jazz di sottofondo che si udiva nella sala. Lo sconosciuto si alzò in piedi, elargendo un sorriso di circostanza ai commensali, e si allontanò di un paio di passi.

«Hallo! Ich bin beschäftigt, ich habe keine zeit!»

Tessa lo sentì rispondere con tono seccato, la voce baritonale e profonda. Chissà cosa stava dicendo, si domandò, mentre osservava il suo profilo regolare ma dalla mandibola ben de finita. Lo vide passarsi una mano tra i folti capelli biondi e poi voltarsi verso di lei. In quel preciso momento si ritrovò a fissare due occhi color del mare in tempesta. Imbarazzata, distolse l'attenzione da lui per riportarla sull'amica, sperando di non essere arrossita.


Capitolo 4. Ultima sera di crociera.

Tessa si diresse verso la piccola scrivania, aprì il cassetto, prese la sua agenda, la stessa che l'aveva accompagnata in quelle tre settimane di crociera, e riprese a scrivere da dove aveva lasciato.

Raccontare alla sua amica Elisa quello che le stava succedendo, la faceva sentire meno in colpa per averle taciuto parte della verità e il tempo dell'attesa sarebbe trascorso più in fretta.

Mise un punto dopo l'ultima frase, richiuse l'agenda e guardò l'orologio: erano le 11,59 p.m. Doveva mettere le valigie fuori dalla porta per non rischiare che il personale di servizio non potesse ritirarle.

Avvertì il bisogno di respirare aria pura e spalancò la porta finestra, soddisfatta di aver prenotato una cabina con balcone per godersi il panorama in ogni momento: non aveva più senso fare economia.

Appena uscì, posò una mano sulla ringhiera, con l'altra afferrò una ciocca di capelli arrotolandola attorno all'indice. Sollevò il viso e scrutò i numerosi puntini luminosi che costellavano il cielo limpido, scuro, proprio come l'oceano silenzioso sotto di lei.

Rabbrividì.

Si sentì al centro vuoto del mondo, piena di angoscia e di cupi pensieri. Quante volte si era domandata cosa ci potesse essere oltre quello che i suoi occhi riuscivano a vedere, cosa ci fosse al di là della vita, al di là del dolore, al di là delle bassezze umane. Esisteva qualcosa oltre la bellezza e l'amore, sia del corpo, sia dello spirito, sempre ammesso che poi tra questi ultimi due ci fosse differenza? Davvero erano dotati di spirito? O era solo un'invenzione, come poteva esserlo anche quella di Dio, creata apposta per lenire la paura dell'unica vera certezza concessa agli esseri umani, ovvero quella di essere destinati a morire?

In quel momento invidiò tutti coloro che avevano il dono di una fede forte e sicura. La sua non lo era mai stata. Se l'avesse avuta, una fede davvero degna di questo nome, di certo non si sarebbe soffermata a cercare una risposta a tutti quegli interrogativi: le era chiaro che nemmeno il più saggio degli uomini sarebbe stato mai in grado di farlo; ma perlomeno lei avrebbe affrontato la vita con più coraggio, con più speranza, inchinandosi di fronte a un mistero che non poteva capire, che non doveva capire, ma solo abbracciare. Inspirò profondamente, chiuse gli occhi: chissà se Hans aveva terminato il suo lavoro al computer e si era coricato. Ma con una donna come Leen accanto, sempre pronta a fare le ore piccole, non poteva essere già andato a dormire!

«Non riesci a prender sonno?»

La voce proveniente dal basso la spaventò, immobilizzandola per un attimo. Chinò lo sguardo per cercare l'uomo che aveva parlato: era sul ponte sotto- stante, con un sigaro consumato a metà tra le dita, e la stava osservando da chissà quanto tempo.

Si appoggiò con i gomiti alla ringhiera e gli sorrise.

«È l'ultima notte, Hans. E tu, invece?»

«Ho finito quel che dovevo fare e poi mi sono concesso un salto al casinò. Elisa è ancora in giro con il francese, vero?»

«Suppongo di sì, dato che non è con me. E Leen dov'è ora?»

«È ancora al casinò, come sempre. Avevamo pattuito che ci sarebbe rimasta soltanto un paio d'ore, il tempo necessario a completare il mio lavoro al computer, ma non sono riuscito a portarla via da lì.»

Dal tono della voce, Tessa capì che fra i due c'era stata maretta.

«Capisco!» gli rispose tenendo a freno la curiosità.

«Dai, mettiti qualcosa e vieni giù. Come hai detto poco fa, questa è l'ultima notte e non bi sogna sprecarla restando chiusi in cabina.»


Ultima sera di crociera: Tessa e Hans sul ponte della nave

Tessa si voltò e alzò lo sguardo verso il cielo stellato, per distrarsi e vincere le intense sensazioni che provava. Rimase così per un po', cercando qualcosa di particolare.

«Cosa stai guardando, lassù?» le chiese Hans.

«Vega!» mormorò lei, ammiccando verso un punto del cielo, proprio sopra la sua testa. Intuì che lui aveva seguito la direzione dello sguardo e continuò. «La stella che brilla di più nell'asterismo del Triangolo estivo... Nel nostro emisfero, s'intende.» Gli indicò i tre astri che formavano i vertici del triangolo. «La cerco tutte le volte che guardo il cielo in estate. Il che avviene spesso, soprattutto quando è sereno.»

«In effetti, mi ero già accorto di questa tua abitudine.»

Lei sorrise. «Mi piace individuare le varie costellazioni e osservare la stella che splende di più nei vari periodi dell'anno. Come, ad esempio, Sirio, quando è inverno.» Spostò lo sguardo. «Oppure Arturo, che ancora è lì, in direzione del Grande Carro.» Gliela indicò. «Riesci a vederla?» Sì voltò a guardarlo in viso. «Anche Venere è molto brillante, ma...»

«Venere?» la interruppe Hans. «Io sapevo che era un pianeta!»

Tessa rise. «Certo che sì! Ma quando spunta, subito dopo il tramonto del sole o poco prima dell'alba, brilla tanto da sembrare una stella molto luminosa. È per questo che la chiamano la prima stella della sera, o del mattino, sebbene non lo sia.»

«Io mi diletto con i numeri, non capisco molto di simili argomenti. Credevo che la stella più luminosa fosse quella Polare.»

«Non sei l'unico. Dovresti rivolgere ogni tanto uno sguardo alle meraviglie che si vedono sopra le nostre teste.»

Lui scrollò il capo ridendo. «Il massimo che mi capita di guardare nel cielo di notte, e piuttosto raramente, è la luna, ma sono sempre aperto alle nuove conoscenze...»


DODICI ANNI DOPO: NEW YORK

Capitolo 6. Steve: l'inizio di una vera amicizia - Central Park.

Steve le prese la mano e proseguì il cammino fino a fermarsi davanti a un bacino artificiale, somigliante a un'e- norme vasca scavata nel terreno. I bordi ben delineati s'incurvavano armoniosi lungo l'intero perimetro. Diversi modellini di imbarcazioni a vela navigavano sul pelo dell'acqua, incrociando le proprie scie e correndo spesso il rischio di speronarsi. Poco più in là, una caffetteria fungeva da punto di ristoro per adulti e bambini.

«Sono radiocomandate?» chiese lei. Un attimo dopo il suo viso assunse l'espressione imbarazzata di chi si è appeno reso conto dell'ingenuità della propria domanda.

Steve la guardò allibito, reclinando il capo e grattandosi il mento. Poi assunse il tono di un papà che racconta una fiaba ai propri figli.

«No che non lo sono: potrebbero anche sembrarlo, ma non lo sono. Devi sapere, cara bimba, che tanto tempo fa Gulliver, di ritorno da Lilliput, sbarcò proprio qui a New York.

Certo, la città allora aveva un aspetto decisamente diverso: non c'erano tutti questi grattacieli, tutte queste strade, tutte queste auto; ma quel laghetto invece sì, quello già c'era.

Affamato come un lupo, quel baldo giovanotto si frugò nelle tasche, cercando qualche spicciolo per pagarsi il pranzo, ma, sorpresa delle sorprese, invece delle monete cosa vi trovò? Dei Lillipuziani! Sì, proprio così: alcuni di quei simpatici ometti avevano deciso di seguirlo nelle sue avventure, portandosi dietro le rispettive consorti.

Beh, Gulliver cosa poteva fare allora? Mica poteva riportarseli a casa in Inghilterra: essendo quello un paese civile, sapeva che l'avrebbero processato per stregoneria e messo al rogo! Allora, anche se a malincuore, si vide costretto ad abbandonarli qui, vicino all'acqua, dove in qualche modo sperava che se la sarebbero cavata.

E così fu.

I Lillipuziani si misero a fare quello che sapevano far meglio: costruire navi e guidarle, cosa che, come puoi ben vedere, fanno tuttora. Sono loro, sai, che pilotano quelle barchette. Beh, non proprio loro: in realtà si tratta dei discendenti, visto che son passati quasi tre secoli...»

La ragazza lo fissava muta con le mani sui fianchi, come per vedere fin dove lui avesse intenzione di spingersi.

A Steve scappava da ridere, ma non era ancora del tutto soddisfatto.

«Perché fai quella faccia?» le domandò «Non mi credi? Forse solo perché non riesci a vederli, ma se tendi bene l'orecchio potresti sentire le loro flebili vocine di esseri minuscoli. Come? Davvero non le senti? Proprio da quel piccolo vascello a due alberi: "Vira a tribordo!", "Cazza la randa!", "Fuori il fiocco!"...»

A questo punto lei perse la pazienza e gli mollò una sonora pacca sulla spalla.

«Scemo che sei! Eccoli lì, i tuoi Lillipuziani!» esclamò indicando alcuni ragazzini che, con la punta delle scarpe quasi dentro l'acqua, armeggiavano coi loro radiocomandi, le cui antenne parevano dei fioretti puntati contro il cielo, proprio come quelli dei tre moschettieri di Dumas.

Steve rise di gusto, poi la prese sottobraccio e la condusse in direzione della caffetteria, sull'altro lato della sponda. 


Arrivo a Forrest Hills

L'auto di Steve si incanalò nel tunnel che da Manhattan porta nel Queens, lasciandosi alle spalle l'isola con tutti i suoi grattacieli, e proseguì lungo il Queens Meadtown Expy. Il traffico era controllato, gli spazi ampi, aperti, e lui riuscì a prestare più attenzione alla passeggera che gli era seduta vicino.

Lei si guardava intorno, sembrava curiosa di tutto.

La vide voltarsi alla sua destra e soffermarsi a osservare le lapidi che ora si intravedevano oltre il limitare delle corsie, poi si girò verso di lui con espressione interrogativa.

«Non stiamo andando vicino a un cimitero, stai tranquilla» scherzò.

«Oh, beh... meno male!» ribatté lei ridendo.

A un certo punto abbandonarono la strada principale per immettersi in una secondaria. Passarono sotto un ponte della ferrovia, in prossimità della stazione di Forest Hills. I palazzi avevano ceduto il posto a file di villette, ciascuna con un suo giardino privato. Pennellate di alberi, arbusti e piante in fiore completavano quella veduta: il contrasto con la frenetica Manhattan era stridente.

«Carino qui!» commentò allora la donna, guardando con maggior interesse ciò che la circondava.

«Siamo quasi arrivati. C'è un lago non molto grande a breve distanza da qui.»

Svoltò più volte in una serie di piccole stradine fittamente alberate, poi rallentò, finché non si fermò davanti a un cancello di ferro battuto, incastonato nel mezzo di un basso muro di cinta, che aprì col telecomando.

«Ma questa sembra l'entrata di una villa privata!»

Steve si preparò al peggio.

«Esatto. È casa mia.»

«Casa tua?»

Lui osservò la reazione della ragazza, che aveva uno sguardo stupito e le labbra schiuse: non c'era delusione sul suo viso, solo un po' di sconcerto. La vide alzare gli occhi sul fabbricato dal design moderno, costruito su un leggero rilievo del terreno che occupava soltanto la metà dell'area a disposizione. Parte del giardino e il garage invece si trovavano sullo stesso livello del piano stradale.

«Accidenti! È bella!» commentò lei, mentre lui fermava la vettura. Altre erano parcheggiate sul piazzale antistante l'abitazione.

Steve girò intorno all'auto e aiutò Ester a scendere porgendole una mano. Poi, insieme, salirono una serie di gradini in pietra naturale incassati nel terreno, fino ad arrivare alla porta principale della villa.

«Questo sì che è un bel posto dove abitare!» esclamò lei guardando una fontana che emanava zampilli d'oro rosso, sotto la luce del sole quasi al tramonto.

«Sono proprio contento che ti piaccia.»

«Certo che mi piace... è così tranquillo! Ed è pieno di verde, di fiori...»

Steve sentì la tensione allentarsi.

«È vero. Riesco anche a scrivere meglio qui.» Le toccò il braccio. «Vieni, gli ospiti ci stanno aspettando.»

Ester alzò un sopracciglio, sgranando gli occhi.

«Non preoccuparti, capirai tra poco.»


Capitolo 7: Festa di compleanno  

Lei tirò un respiro profondo, chiese un bicchiere di acqua minerale a un cameriere di passaggio e poi si guardò intorno per cercare Hans. Lo vide seduto, con le gambe accavallate, il busto rilassato sullo schienale della sedia e lo sguardo assorto, all'apparenza concentrato sul bicchiere che teneva in mano.

Era solo: il momento buono per andare da lui, prima che fosse catturato da qualche altra amica. Fece per alzarsi, ma si fermò appena lo vide spostare l'attenzione su di lei. Impacciata, distolse subito gli occhi dai suoi.

Le fu difficile ostentare indifferenza e impossibile non tornare a osservarlo. Un attimo dopo, però, rimase sorpresa nel vedere che il posto dove lui era seduto fosse vuoto. Esaminò tutti gli invitati intorno a lei, senza riuscire a trovarlo.

«Spero che tu non ti stia annoiando troppo...»

Nel riconoscere la voce, lei sentì un battito del cuore slittare sul successivo. Si alzò di scatto e si voltò verso l'uomo. Lui la guardava con aria in- dolente, le labbra incurvate a metà, tanto che una parte del viso sembrava sorridere più dell'altra.

Di nuovo l'assalirono delle immagini angoscianti, le stesse di prima, ma in ordine inverso, e da ultimo una sensazione nuova, diversa dalle altre, che non riuscì a capire.

All'improvviso sentì la gola secca. Il cameriere tardava a portarle quanto ordinato e lei non poteva aspettarlo ancora. Hans aveva con sé il suo bicchiere colmo a metà di un liquido ambrato, ghiaccio e uno spicchio di limone.

«Posso?» gli chiese, togliendoglielo dalla mano senza attendere una risposta. Ma appena ingoiò un solo sorso di quello che le era parso un normalissimo tè freddo, fu come avere la faringe invasa dal fuoco. Tossì e annaspò in cerca di aria.

«Mi dispiace» si scusò lui, «non mi hai dato il tempo di avvisarti.»

«Ma che diavolo è?» gli chiese tra un colpo di tosse e l'altro.

«È un Long Island ice tea

«Alla faccia del tè ghiacciato!» disse con voce rauca, accettando il fazzoletto che lui le stava porgendo.

«Di tè non ce n'è nemmeno una goccia: si chiama così soltanto perché ne ha l'aspetto e un lieve sapore» provò a sorriderle.

«Inganna bene: ci sono caduta in pieno. Ma che c'è dentro?»

«Vodka, gin, rhum, cointreau e...»

«Basta così, per carità!» lo fermò, con un gesto della mano. La gola e lo stomaco le ardevano. L'unica nota positiva dell'aver inghiottito quella sostanza incendiaria era che il gelo di poco prima sembrava scomparso, sostituito da un calore viscerale.

«C'è anche succo di limone e un po' di cola» aggiunse l'uomo con ironia.

«Oh, ma guarda! E chi l'avrebbe mai detto?» 


Capitolo 9. Dal traghetto: verso Liberty Island.  

Appoggiata al parapetto di poppa e coi capelli scompigliati dal forte vento, osservò la skyline di Lower Manhattan allontanarsi sempre di più. Sorrise all'isola e non si mosse di lì per parecchi minuti. Un gabbiano le sfrecciò così vicino, che si sentì sfiorare la testa. Lo seguì con lo sguardo mentre riprendeva quota librandosi nell'aria e desiderò essere come quell'uccello: libera di andare ovunque e con chiunque, Uno dei desideri più ambiti dall'uomo!

All'improvviso avvertì qualche goccia d'acqua sulla pelle, ma non seppe dire subito se provenisse dal mare o dalle nubi che ricoprivano il cielo di quella mattina, finché non iniziò a scendere una leggera pioggerella che le tolse ogni dubbio. "Pazienza!", si disse, dirigendosi verso l'interno, mentre l'imbarcazione virava per compiere un largo giro prima di approdare al molo.


Capitolo 15: una serata in casa, al pianoforte. 

Il silenzio calato di colpo nella sala la distolse dai suoi confusi pensieri.

«Che cos'hai?» gli chiese lui.

«Niente! Mi sono solo lasciata prendere dalla musica che stavi suonando: un bel brano. Come si chiama?»

«In un'altra vita di Ludovico Einaudi: l'ho ascoltato un giorno per caso su internet, mi è piaciuto e ho cercato di riprodurlo in modo accettabile.»

«Lo sento velato di malinconia... e con pizzico di mistero.»

«È vero. È così che ti ho vista poco fa e mi è venuto spontaneo suonarlo.»

«Davvero mi vedi così?»

«Sì, e non è certo la prima volta.»

Lei abbassò gli occhi per un momento, guardandosi le mani.

Steve si alzò dalla panca e si sedette accanto a lei.

«Ho peggiorato il tuo stato d'animo, vero?»

«No di certo. Riflettevo solo su quello che hai appena detto» gli rispose tormentandosi le dita. «Mi spiace di non essere il ritratto della felicità.»

«Adesso non esagerare! Non sei sempre così: ci sono tanti momenti in cui ti vedo allegra e piena di vita ed è gratificante ridere e scherzare con te. Poi ci sono le volte in cui mi sorprendi con il tuo atteggiamento quasi infantile; e anche se quello non è il lato di te che preferisco, è pur sempre meglio che vederti come stasera. L'unica tua nota costante è ilmistero

Gli lanciò un'occhiata dubbiosa. «Se sono così misteriosa, come fai a vedere tutte queste cose in me?»

Lui rimuginò qualche secondo senza toglierle gli occhi dal viso, prima di risponderle.

«Beh, allora ti faccio un esempio: immagina di avere tra le mani un libro aperto, dove una delle due facciate è scritta nero su bianco, mentre l'altra nero su nero. La prima è fin troppo leggibile, ed è la pagina che ti rivela; mentre la seconda è impossibile da leggere, ed è quella che in sostanza ti rende oscura. È quella piccola parte della tua personalità che ogni tanto emerge ma che non riesco a capire. Non so se mi sono spiegato bene...»

«Direi proprio di sì.»

Un lieve rumore improvviso proveniente dalle loro spalle interruppe il dialogo.